L’attacco a Garissa

             Cartina del Kenya

Mi ricordo di Garissa. Ci andai nel 2010 insieme a John Muriithi per cercare materiale per la mia tesi universitaria. Dopo 370 km e 6 ore di autobus dalla zona Eastleigh di Nairobi sino allo Hiddig Hotel arrivammo in una città calda, caldissima, e non solo per il clima. E il soggiorno non fu semplice: controlli all’ingresso in città e molta difficoltà a reperire informazioni utili per la mia ricerca. Una volta la  risposta fu che avrebbero potuto metterci in prigione a causa delle domande che facevamo. E andare ancora più a nord verso Wajir e Mandera era caldamente sconsigliato a causa delle tensioni nella zona e degli ultimi avvenimenti.

Garissa è il capuologo della North Eastern Province, la regione più ad est delle otto in cui è suddiviso il Kenya, e lì sono ubicati anche tutti gli uffici amministrativi della regione. La città si trova a circa 150 km dal confine con la Somalia. Questo territorio è conteso da decenni tra questi due Stati, e su questo argomento potete trovare maggiori informazioni nella tesi specialistica “La questione di Mandera fra Kenya e Somalia” che ho scritto nel 2010 e che è stata pubblicata dall’ERSU di Cagliari.

Tutti voi in questi giorni avete sicuramente sentito parlare di ciò che è accaduto a Garissa, ma mentre i fatti di quel giorno sono probabilmente chiari, ho l’impressione che le cause che hanno portato a questo attacco sono avvolte da un alone di confusione e, laddove possibile, vorrei contribuire a fare un po’ di chiarezza. Ma vorrei fare qualche passo indietro nella storia, perché altrimenti sembra che all’improvviso il terrorismo si sia spostato in Kenya solo per colpire i Cristiani.

Bisogna tenere presente che stiamo parlando della North Eastern Province, un territorio abitato prevalentemente da somali ma che venne incluso in quella che era la colonia inglese che poi diventò il Kenya. Dagli anni ’60 ad oggi i somali hanno combattuto in modo pacifico e anche con le armi per poter essere annessi alla Somalia, ma la Gran Bretagna prima e il Kenya poi hanno impedito questa secessione. E sebbene raramente i media occidentali ne parlino, l’esercito kenyano è continuamente dispiegato lungo la frontiera con la Somalia.

E stiamo anche parlando di Somalia, uno Stato fallito, incapace da oltre due decenni di creare un governo democratico e preso da guerre intestine e attentati, come quando alcuni uffici governativi vennero presi di mira in uno dei tanti attentati a Mogadiscio. Le Nazioni Unite, l’Unione Africana, l’IGAD, l’Etiopia e il Kenya hanno cercato negli anni di risolvere questa situazione, e mentre da un lato era stato possibile creare nel 2004 un governo provvisorio con sede a Nairobi e nel 2011 l’Unione Africana liberava Mogadiscio dal controllo di Al-Shabaab, dall’altro lato si causava la reazione delle forze somale contrarie a questa ingerenza. Inoltre il 28 settembre del 2012, sotto l’egida dell’Unione Africana, la Kenya Defence Forces conquista la città di Chisimaio (Kismayu o Kismayo), ultima roccaforte di Al-Shabaab.

Ma, prima di tutto, cosa è questo gruppo? Al-Shabaab in arabo significa “i giovani” e indica un gruppo armato di militanti islamici emerso come ala radicale dai resti dell’Unione delle Corti Islamiche Somale che combattono contro l’insediamento del governo creato in Somalia dalle Nazioni Unite.

La presa di Chisimaio avrebbe portato all’intensificarsi della reazione di Al-Shabaab e portato ad una modifica degli obiettivi degli attentati del gruppo, che avrebbe spostato la sua attenzione da obiettivi stranieri, come ad esempio l’ambasciata degli USA a Nairobi, ad obiettivi locali, come spiega Luis Franceschi nel suo articolo “Garissa university attack is not about religion“. Nello specifico:

il 21 settembre 2013 morivano 67 persone durante l’attacco al Westgate mall di Nairobi, e anche le immagini di quell’attentato fecero il giro del mondo;

nel mese di giugno del 2014 nella città di Mpeketoni, vicino a Lamu, e nei villaggi vicini vengono uccise circa 100 persone. A Mpeketoni testimoniano di essere stati attaccati da killer armati a bordo di tre veicoli che sventolavano la bandiera di Al-Shabaab e urlavano “Allahu Akbar”, che significa “Dio è il più grande”;

appena qualche mese fa, il 22 novembre 2014, un autobus veniva intercettato poco lontano dalla città di Mandera e 28 passeggeri, quelli che non erano in grado di recitare il Corano, venivano brutalmente uccisi;

e infine giovedì 2 aprile 2015, quando attorno alle 5:30 del mattino un piccolo gruppo di persone ha fatto irruzione nel college universitario di Garissa, ha ucciso i watchmen armati di solo bastone e ha continuato ad uccidere: per ora il bilancio è di 148 morti e 79 feriti. A quanto pare sono stati uccisi ancora una volta solo quelli che non erano in grado di recitare versi del Corano (Per ulteriori informazioni leggete l’articolo del Daily Nation e dello Standard Kenya).

Garissa University College –                                  Ph: BBC Swahili

In seguito Al-Shabaab ha rivendicato l’attentato.

Questo modo di agire può facilmente far pensare che siamo   di fronte ad attentati a sfondo religioso, ma personalmente condivido ancora il pensiero di Franceschi secondo il quale questi attentati non sono dettati da motivi religiosi. O quantomeno non solo.

La religione è la scusa dei terroristi per giustificare davanti a Dio e agli uomini i loro atroci crimini e i massacri“, scrive Franceschi.

Una dimostrazione la abbiamo con le dichiarazioni del gruppo Al-Shabaab riportate dal Daily Nation dopo l’attentato a Mpeketoni:

Avvisiamo il governo Kenyano e la sua gente che sino a quando continuerete ad invadere le nostre terre e ad opprimere Musulmani innocenti, questi attacchi continueranno e la possibilità di pace e stabilità in Kenya non sarà altro che un miraggio. Non vivrete pacificamente nelle vostre terre mentre le vostre forze armate uccidono gli innocenti nelle nostre“.

E anche dopo l’ultimo attentato a Garissa il portavoce di Al-Shabaab Ali Mohamud Rage ha dichiarato che “il Kenya è in guerra con la Somalia“.

E se anche qualcuno volesse pensare che siamo di fronte ad attacchi rivolti solo verso Cristiani, vale allora la pena segnalare che nella zona di Eastleigh (il quartiere di Nairobi con un’altissima presenza di Musulmani), i residenti, tra i quali appunto tanti Musulmani, sono scesi in piazza a protestare contro l’attacco di Al-Shabaab a Garissa. Secondo Mr Ahmed Mohammed, Segretario Generale del mondo degli affari di Eastleigh, i terroristi cercano di separare la nazione puntando tutto sulle differenze religiose in modo da poter comandare con il principio del “divide et impera“. Mr Mohammed continua dicendo che hanno vissuto in pace per così tanto tempo che non devono separarsi dal resto del Kenya proprio ora, ma che devono anzi combattere insieme contro il nemico comune: il gruppo Al-Shabaab che uccide i Musulmani in Somalia e i Cristiani in Kenya.

Uno dei pericoli è, come afferma Franceschi, che atti terroristici come questi possano portare ad un’ingiustificata modifica delle leggi e alla repressione o discriminazione dei cittadini sulla base della loro appartenenza religiosa o etnica.

Ora bisogna aspettare la reazione del Kenya contro Al-Shabaab, reazione che si preannuncia dura: proprio mentre scrivo arriva la notizia dei primi bombardamenti aerei dell’aviazione kenyana contro basi del gruppo terroristico in Somalia, nella regione di Gedo, cioè la regione più a nord delle due (l’altra è la Jubbada Hoose) che confinano con la North Eastern Province.

Ma intanto queste sono prima di tutto questioni politiche.

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