L'economia del Kenya

L'economia del Kenya

NOTA BENE:

il materiale di seguito riportato è di proprietà di Fabrizio Cinus, in quanto proveniente dalla tesi di laurea magistrale dal titolo “La questione di Mandera fra Kenya e Somalia”, A.A. 2009-2010, Facoltà di Scienze Politiche, Università degli studi di Cagliari.

 

Come già accennato, dopo l’indipendenza il Presidente Kenyatta decise di mantenere il paese nel blocco occidentale e di cercare di dargli una impronta capitalista. Anche i due presidenti che gli succedettero mantennero questa linea, ma i risultati non furono sempre positivi. In ogni caso oggi il paese si presenta come il più industrializzato dell’Africa Orientale [1]. L’economia ha fatto registrare dei segni di crescita positiva durante la prima decade successiva all’indipendenza, sostenuta sia dal settore agricolo che si attestava al 7 per cento medio di crescita all’anno e sia dal settore manifatturiero, per poi avere una contrazione dalla salita al potere del Presidente Moi sino al 2000, nel quale si registrò un livello di crescita del PIL dello 0,2 per cento. Negli anni seguenti, durante il quale ci fu anche il cambio di presidenza e Kibaki salì al potere, venne sviluppata una politica di recupero economico (Economic Recovery Strategy – ERS) che portò nel giro di sei anni la crescita del PIL dallo 0,5 per cento del 2002 al 7 per cento del 2007. [2]

Skyline of Nairobi

Skyline di Nairobi

Le violenze post elettorali della fine di quell’anno portarono nuovamente ad una caduta del tasso di crescita del PIL per l’anno 2008 [3], durante il quale ci fu una contrazione del settore turistico, il porto di Mombasa venne chiuso con conseguente accumulo di lavoro, aumentò il prezzo del carburante, peraltro già elevato rispetto al tenore di vita della maggior parte della popolazione, si verificarono carenza di cibo e di fertilizzanti, frequenti blackout e razionamento del bene più prezioso, l’acqua, ed alta inflazione. Gli sforzi dell’appena insediato governo furono diretti tutti alla normalizzazione della situazione. [4]

La forza lavoro è composta da circa 18 milioni di persone, dei quali il 75 per cento occupato nel settore agricolo e il 25 per cento nell’industria e nei servizi. Nel 2010 l’agricoltura contribuiva al PIL per il 22 per cento, l’industria con il 16 per cento e i servizi con il 62 per cento. Ma il tasso di disoccupazione è molto elevato, infatti si attesta al 40 per cento, secondo le proiezioni del 2008. [5]

Le attività economiche che rendono il Kenya competitivo a livello internazionale e sono fonte di guadagno e di sopravvivenza per la popolazione sono il turismo e la produzione per l’esportazione di tè e caffè.

Per quel che riguarda il turismo, la presenza dei paesaggi esotici e degli animali selvaggi spingono ogni anno oltre un milione di turisti [6] a provare i safari, (cioè i viaggi alla ricerca degli animali che ci richiamano alla mente i viaggi con le battute di caccia), ad esempio nei famosi parchi del Masai Mara, dello Tsavo e del Samburu National Park, luoghi a cui utilmente vengono collegati altri servizi, come i trasporti privati, i servizi alberghieri e i servizi commerciali per la vendita di souvenir. Anche la costa, grazie alla sua conformazione ha un’offerta notevole di luoghi di villeggiatura, partendo da Mombasa sino a Malindi e Lamu, dove sono stati installati numerosi villaggi vacanza, luoghi perlopiù destinati, per i costi che hanno, quasi esclusivamente a stranieri, ma dove è possibile trovare, sapendosi adattare, anche alcuni buoni alberghi a poco prezzo.

Le famose "Tusks" o "Mapembeni" a Mombasa

Le famose “Tusks” o “Mapembeni” a Mombasa

Persino la parte Nord del Kenya, che pure viene ritenuta (e a ragione) pericolosa dalle guide turistiche e da ambasciate come quella italiana, riesce ad attrarre turisti desiderosi di recarsi sulle rive del Lago Turkana, un viaggio che attraversa più di un tipo di deserto e solamente qualche villaggio. Neppure il rischio di contrarre la malaria e le altre malattie frenano il desiderio di turismo in Kenya.

Le coltivazioni per il cui export il Kenya è più conosciuto sono le produzioni di caffè e di tè. Il Kenya riesce a produrre delle ottime qualità di queste due bevande, anche grazie al lavoro manuale degli operai delle farm. Le imprese infatti danno lavoro a decine di migliaia di persone. Per quel che riguarda il tè la produzione avviene nella zona tra le Rift Valley e Nyanza Province, dove alcune farm sono di proprietà dell’ex Presidente Moi [7]. La zona è sopra i duemila metri di altitudine e con un alto tasso di umidità. Il paesaggio è impressionante, con le coltivazioni verde chiaro che si stendono per chilometri. Il segreto della qualità del tè è nella raccolta manuale delle foglie, effettuata giornalmente per otto ore dagli operai, incentivati da un metodo di produzione che stimola la competizione e ottimamente organizzato. Infatti il salario è calcolato in base al peso delle foglie raccolte, dove non tutte le foglie rientrano nel conteggio, ma solo quelle più chiare, cioè le migliori, e per poter avere diritto al lavoro gli operai devono garantire una raccolta giornaliera di almeno 30 kg. L’esperienza e la dimestichezza consentono a qualche operaio di raccogliere anche 80 kg di foglie al giorno. Le foglie più scure o secche vengono eliminate dal calcolo effettuato da alcuni responsabili provvisti di apposite bilance. Il rinnovo delle foglie avviene circa ogni due settimane, e per questo sarebbe bene non raccogliere le foglie più piccole. Gli operai vengono ospitati in una serie di case costruite attorno alle coltivazioni e in una azienda era presente anche una scuola per i figli degli operai. Le piante non richiedono una speciale cura, soprattutto in quella zona dove le piogge sono frequenti. L’arrivo della tecnologia sta suggerendo di sostituire gli operai e il loro lavoro manuale di ricerca delle foglie migliori con macchinari che alla maggiore velocità uniscono però il taglio di tutte le foglie, senza distinzione, e questo potrebbe portare a un abbassamento della qualità del tè kenyano, ma soprattutto al licenziamento degli operai che si stanno già movimentando in proteste. [8]

Anche la raccolta di caffè avviene manualmente, ma è più semplice di quella del tè perché gli operai devono limitarsi a raccogliere solo le bacche rosse. Ma la cura delle piante del caffè è più complessa, perché abbisognano di un lavoro di potatura per permettere alla pianta di rinnovarsi e continuare a produrre. Le coltivazioni di caffè si trovano tra la Central Province e la Rift Valley Province, e necessitano anche queste di un’altitudine elevata. [9]

Nonostante una vivace economia, e anche se nel 2008 il PIL pro capite era di 788,1 dollari [10], la ricchezza non è distribuita uniformemente e gran parte della popolazione si trova a vivere sotto la soglia di povertà. Secondo i dati riportati nel 2007 dal quotidiano locale Daily Nation, oltre 16 milioni di persone, circa il 46 per cento della popolazione, vive sotto la soglia di povertà. [11]

[1] Africa South of the Sahara 2010, p. 632.

[2] KNBS, Kenya Demographic and Health Survey 2008-09, Nairobi 2010, p. 2.

[3] Ibidem.

[4] Africa South of the Sahara 2010, p. 629.

[5] https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/geos/ke.html.

[6] Africa South of the Sahara 2010, p. 635.

[7] Infatti quella zona è abitata anche dalla tribù dei Kalenjin, che si ricorda essere la tribù dell’ex Presidente Daniel Moi. J. SELLIER, Atlante dei popoli dell’Africa, Ed. il Ponte, Bologna 2009, p. 253.

[8] Da una testimonianza rilasciata all’autore da un dipendente di una delle farm di coltivazione del tè a Kericho, città dell’ovest del Kenya.

[9] Da una testimonianza di Giuseppe Zencher all’autore.

[10] UN Data, http://data.un.org/CountryProfile.aspx?crname=Kenya#Economic.

[11] Antenne di Pace – notizie dai caschi bianchi in servizio civile nel mondo, http://www.antennedipace.org/antennedipace/articoli/art_605.html.