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6 gennaio 2018

Sono qui in aeroporto seduta ad aspettare di salire sull’aereo che mi riporterà verso il mondo che io conosco. Mi lascio indietro tante difficoltà, stanchezza, miseria, ma soprattutto tanta allegria e sorrisi che ti riempiono il cuore. Insomma, un Paese che lascia il segno.

Ho conosciuto Mark, che è un piccolo terremoto e non rimane pulito neanche cinque minuti, Agnes, che si vergogna a guardarmi in faccia ma mi ha regalato il suo braccialetto, Idah, che per uscire si veste sempre elegante e l’ultimo giorno mi ha dedicato due disegni, Luka e Alex, che vanno sempre in coppia e rispondono uno alle domande per l’altro, Moses, che con quel suo sorriso sembra voglia conquistare il mondo, e infine Brian, che con i suoi due occhioni mi ha davvero rubato il cuore. Mi mancheranno tanto, tutti quanti.

Gli ultimi giorni ho conosciuto anche Stephen, il nuovo ragazzo che abbiamo accolto nel progetto. Ce lo ha chiesto lui, consegnandoci una lettera. E quando un ragazzino ti dice che è orfano e ti chiede di aiutarlo a frequentare le superiori, come fai a lasciarlo solo?

E ora sono qui, che aspetto di vedere se riusciremo ad aiutare anche Lucy. È una bimba di sette anni, la sua mamma è sieropositiva e vivono per strada. È molto vispa, vorremmo aiutare entrambe, ma non so ancora se ce la faremo. Si tratta di scegliere tra situazioni disperate e situazioni ancora più disperate. Perché poi alla fin fine è con questo che ti scontri, vorresti aiutare tutti, ma non puoi e sei costretto a fare una scelta, per quanto crudele ti possa sembrare.

Mi lascio indietro un Paese dove tanto è stato fatto, ma ancor di più c’è da fare. Un Paese che non smette mai di stupirti: al ristorante non c’è una volta che ti portino quello che hai ordinato, se gli sembra che tu abbia chiesto poco, ti aggiungono sempre qualcosa nel piatto. Un Paese dove un bambino tutto sporco che ti si avvicina per strada per chiederti da mangiare, alla domanda: “Cosa fanno i tuoi genitori?”. Risponde: “Bevono birra”, come se fosse normale. Dove in moto si va minimo in tre (e l’ho fatto anch’io, un sacco di volte). Un Paese dove i ragazzi stessi nelle scuole boarding devono portarsi materassi e coperte… e se l’anno dopo sono spariti, per il preside è normale che dormano in due in un letto solo con le lenzuola (e parliamo di temperature notturne intorno ai 10°, in edifici in pietra o in legno non riscaldati). Un Paese dove essere orfano è all’ordine del giorno e, se non trovi qualcuno che ti sostiene, il tuo futuro è la strada. Un Paese dove ti si avvicina un ragazzo di 15 anni chiedendoti di aiutarlo a studiare e tu sei costretto a dirgli di no perché non è mai andato a scuola e oramai è troppo grande per cominciare… ma è pur sempre un ragazzo e ti piange il cuore a lasciarlo al suo destino, che è racchiuso in quella bottiglietta di colla che vedi sporgere dalla sua tasca. Un Paese in cui un bambino ti dice con semplicità che non sa rispondere alla domanda: “Da dove vieni?”, ma per te è una doccia fredda. Un Paese in cui i bambini per strada ti guardano sgranando gli occhi e strattonando il braccio della mamma urlano: “Mamma, mamma, guarda c’è un bianco!”

È stata una bellissima esperienza, nonostante le difficoltà e gli imprevisti. Ma sono anche quelli che l’hanno resa così speciale. Perché per un viaggio del genere, non puoi mai partire preparato.

Potrei andare avanti a scrivere per ore, ma hanno chiamato per l’imbarco e so che sull’aereo mi addormenterò al volo, carica di stanchezza e di ricordi.

Ringrazio Fridah, la persona che a Nanyuki segue i nostri ragazzi in tutto e per tutto, per tenerci così tanto e per essersi occupata anche di me. E, ovviamente, il mio ringraziamento speciale va a Fabrizio, per aver reso possibile questo mio viaggio e per avere la tenacia di battersi per questi bambini e questi ragazzi dei quali non importa niente a nessuno. Quindi, grazie, soprattutto, per aver dato vita alla You.Re.P.

Elisabetta

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